Ho sempre creduto che la consapevolezza fosse un processo fondamentale e inevitabile per la trasformazione e l’evoluzione della coscienza umana, perché una vita spesa al buio non è nemmeno degna di essere chiamata tale. Chiusi nel proprio ego non siamo capaci di sentimenti puri, solo l’illuminazione risvegliando la coscienza dal torpore emozionale ed affettivo, spinge ad amare con il cuore e non con la ragione. Il risveglio è un processo lento e doloroso, sollecitato da un bisogno interiore che implica un disagio esistenziale, e la vita che conduciamo non ci da più le dovute soddisfazioni.

 

Pensieri e comportamenti sembrano non appartenerci più e un senso di inquietudine comincia ad impadronirsi di noi: sono segnali che ci svelano che non siamo connessi al nostro Se reale, siamo fuori strada e dobbiamo fermarci, altrimenti il rischio è di cadere nel burrone senza via di ritorno. Prendere coscienza di ciò richiede coraggio e determinazione, perché il cambiamento fa paura ,ci spinge verso l’ignoto: una dimensione sconosciuta che genera panico e terrore, perciò a volte si preferisce vivere una vita di dolore ma gestibile e prevedibile, dove tutto è sempre sotto controllo.

 

Solo quando si tocca il fondo e ci si rende conto che la propria vita è permeata solo da sofferenza e fallimenti si può decidere di affrontare quella parte di noi che per anni ha gestito la nostra vita, quella parte che è diventata la nostra seconda pelle, che facciamo fatica a credere che in realtà è cosi estranea a noi, ma dobbiamo liberarcene se vogliamo permettere alla nostra vera natura di affiorare. Il problema è che questa seconda pelle ci è stata cucita addosso, quando eravamo ancora piccoli, da persone che presumevano di sapere cosa fosse giusto per noi, invadendo la nostra interiorità con lezioni di morale e  direttive e quindi non ci è stato permesso di sapere veramente chi siamo.

 

Abbiamo portato avanti una vita pensando che fosse la nostra e ora il disagio ci svela che non è cosi, ma abbiamo troppa paura di guardarci dentro, paura di fare i conti con un dolore sopito negli abissi della nostra anima e  deludere le persone che convinte di agire per il nostro bene, hanno deciso per la nostra vita rovinandocela.

 

Ma in realtà, se vogliamo davvero diventare padroni della nostra vita dobbiamo affrontare le paure sopite nel nostro profondo e che, forse nemmeno più sentiamo, perché coperte da compensazioni che abbiamo sviluppato per allontanarci dal dolore, dal vuoto affettivo, dallo choc per i traumi subiti e che non ci permettono di vivere le nostre emozioni e i nostri sentimenti autentici  perché non siamo uniti con la nostra anima.

 

Perdiamo noi stessi perché  non abbiamo sviluppato forza sufficiente per affrontare il nostro inferno interiore, siamo stati derisi e umiliati, non siamo stati amati per ciò che eravamo ma solo in base alle aspettative che i nostri genitori nutrivano nei nostri confronti, quelle stesse aspettative che hanno generato in noi quel comportamento ansioso dal quale era difficile fuggire per le pretese imposte.

 

Non abbiamo sviluppato il nostro potenziale che ci avrebbe permesso di essere veramente chi siamo, realizzando la nostra vita. Siamo diventati chi volevano che diventassimo, ma ad un prezzo troppo alto: ci siamo allontanati dalla nostra essenza, dal nostro sentiero, al punto che non riusciamo neppure a sentire i nostri bisogni; ci siamo accontentati, ci siamo arresi ad un destino che con noi non ha nulla a che fare.

 

Coperti di vergogna e disistima, non sentiamo nemmeno di meritare una vita diversa, migliore, fatta a nostra immagine, non abbiamo una nostra immagine, quella che abbiamo non ci rispecchia nel profondo, non siamo noi. Abbiamo realizzato i sogni dei nostri genitori. Dobbiamo cominciare a dare ascolto ai nostri disagi, che vogliono metterci in contatto con quella ferita che abbiamo seppellito per non sentire il dolore ma che sanguina ancora, anche se non ne abbiamo più consapevolezza.

 

Bisogna dissociarsi dagli stati emozionali negativi vissuti nell’infanzia e mai elaborati, che condizionano oggi i nostri pensieri e comportamenti e in quanto inconsci non riusciamo a mettere in relazione con il nostro presente; sono ferite che continuano a pulsare ma poiché sono sepolte nella parte più profonda del nostro essere, le ignoriamo.

 

Ci odiamo ci trattiamo male perché cosi come siamo non ci andiamo bene continuiamo a farci del male come se non bastasse quello ricevuto. Abbiamo rabbia nei nostri confronti perché non siamo come vorremmo, ma non possiamo mai esserlo perché nel profondo ci siamo autoconvinti  di essere come ci hanno etichettati, portando avanti un immagine di noi che non ci appartiene.

Viviamo una vita piena di impegni, non osiamo fermarci, perché non vogliamo guardare in faccia il nostro dolore, siamo scappati dal nostro dramma e abbiamo perso  il contatto con i nostri sentimenti, la nostra autenticità, sviluppando la convinzione che qualcosa in noi fosse sbagliato, e ciò si manifesta con un senso di inadeguatezza nei nostri confronti e nel rapporto con gli altri.

 

Nel nostro profondo rannicchiato in un angolino vive un bambino terrorizzato, il bambino che non è stato amato, il bambino umiliato e violato, che a distanza di  anni reclama ancora amore e lo fa in mille modi  pur di essere ascoltato. Sviluppiamo delle strategie per non sentire quel bambino disperato, diventando esigenti, attuando comportamenti irrazionali e impetuosi ;alimentati dalla rabbia del bambino abusato ignorato e umiliato, colpevolizziamo l’altra persona spingendola a darci ciò di cui abbiamo bisogno.

 

Un ‘altra strategia è quella di manipolare l’altro attraverso, il denaro, il sesso, il potere, il senso di colpa, la generosità, la compiacenza; aspetti che attuiamo nei rapporti interpersonali pur di sentire di non essere soli, di avere un briciolo di attenzione. Sono strategie  apprese da piccoli quando studiavamo la situazione per scoprire come ottenere quello che volevamo, erano  meccanismi di sopravvivenza e li adottiamo nel presente in modo inconscio per avere ciò di cui abbiamo bisogno.

 

Possiamo essere diventati vendicativi quando qualcuno ci ferisce e siamo scossi, non abbiamo subito la forza di reagire, allora registriamo l’offesa e  appena possibile restituiamo la ferita. Non siamo consapevoli in quel momento che stiamo riscattandoci dalla violenza subita nell’infanzia facendo pagare il conto a chi  col suo modo di fare ha risvegliato in noi dolorose emozioni.

 

A volte il  bisogno di amore o che qualcuno si prenda cura di noi è cosi forte che non possiamo fare a meno di elemosinarlo fino ad umiliarci ed annientarci, più elemosiniamo, peggio ci sentiamo ma non possiamo fare diversamente diventiamo mendicanti dell’amore e sovente l’altra persona si allontana proprio per questo motivo. Possiamo anche diventare compiacenti, accettando passivamente dall’ altra persona tutto ciò che ci impone pur di avere in cambio un briciolo di calore.

 

Per liberarci dalle strategie dobbiamo sperimentare la vulnerabilità che si nasconde dietro di esse ma è molto difficile riconoscere che ciò che crediamo sia la nostra personalità, il nostro modo di essere, sono solo mezzi di sopravvivenza. Bisogna arrivare alla consapevolezza che nella vita e in modo particolare nei rapporti affettivi chi entra in gioco è il nostro bambino interiore che reclama l’amore che non ha mai ricevuto dai genitori e chiede agli altri  di sanare le sue ferite affettive, quel vuoto interiore che mai nessuno potrà colmare.

 

Inconsapevolmente regrediamo a quel bambino bisognoso, appiccicoso e dipendente, l’altra persona difficilmente riuscirà a tollerare il nostro comportamento e quasi sicuramente ci respingerà, l’amore non può sopravvivere a tale pressione, la coppia entra in crisi e si scioglie, gettandoci nello sconforto totale. La fine di un rapporto potrebbe essere l’occasione per dare avvio ad un processo di consapevolezza. Ma invece di guardarci dentro tendiamo ad accusare l’altra persona di insensibilità e dopo poco siamo già pronti a gettare lo sguardo altrove, ripetendo con un nuovo amore lo stesso scenario.

 

Diventare consapevoli del nostro bambino interiore ci porterà ad assumerci la responsabilità dei nostri bisogni senza pretenderli dagli altri. Senza un lavoro centrato sulla consapevolezza non possiamo diventare chi siamo realmente, ma ciò comporta uscire allo scoperto, guardare in faccia il dolore sopito che è fatto di paura di angoscia, di terrore, elaborare i rifiuti, le umiliazioni subite, le violenze fisiche e psicologiche e la mancanza d’amore, gli stessi sentimenti che allora in quanto dolorosi non siamo riusciti ad integrare nella coscienza.

 

Abbiamo sviluppato delle protezioni che ci hanno permesso di non sentire, e che oggi dobbiamo sgretolare con non poca fatica se vogliamo crescere,e non rimanere bambini irresponsabili. Dobbiamo sviluppare la consapevolezza che la nostra vita è degna di essere chiamata tale solo se ne siamo i padroni e  siamo noi a gestirla decidendo quello che veramente è giusto per noi, vivendo con piena autenticità e  non portare avanti sogni che non sono nostri ma che altri hanno cercato di realizzare attraverso noi.

 

Imparare a dire no significa imparare a recuperare il rispetto di sé, liberare il bambino interiore da tutta la rabbia, le umiliazioni e le violazioni subite, sentimenti che affiorano nella nostra vita sotto qualsiasi forma indiretta con atteggiamento aggressivo, passivo, depressivo, malinconico e violento e condizionano fortemente il nostro presente. I comportamenti che adottiamo per sopravvivere sono la causa della nostra infelicità, incontreremo la serenità solo quando ci saremo liberati delle nostre ferite e incontrato la nostra vera essenza, vivendo in funzione di essa.

 

 

Lo si può fare con un atteggiamento consapevole e coraggioso quando ci siamo resi conto che ci siamo fortemente identificati con quelle ferite, mettendo in atto  in qualsiasi circostanza della nostra vita il nostro bambino interiore con le sue paure e angosce e, lo possiamo riconoscere quando davanti a situazioni imprevedibili  riusciamo a riconoscere l’irrazionalità dei nostri comportamenti. È il bambino interiore in panico che non sa gestire la situazione.

E’ un lavoro arduo e sofferto ma alla fine ci darà la ricompensa che meritiamo:  SAREMO I VERI PADRONI DELLA NOSTRA VITA.